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Non vincerà il Nobel per la Pace e quasi sicuramente neppure il premio come miglior interior designer. Donald Trump ha dato sfogo al suo dubbio gusto arredando lo Studio Ovale con uno stile pacchiano, a tratti fortemente trash.
Benvenuti nello Studio ovale: dove la sobrietà non è di casa
C’è un rituale antico nella politica americana: ogni presidente entra nello Studio Ovale e lo “firma” con qualche scelta d’arredo. Un quadro, un tappeto, due oggetti simbolici e via. Donald Trump, al suo ritorno alla Casa Bianca, ha preferito un’altra filosofia: se devi lasciare un segno, meglio che sia visibile anche dallo spazio.
Il risultato è una stanza che non si limita a comunicare potere: lo luccica. E, per chi ha un rapporto complicato con il minimalismo, è un sogno. Il salto rispetto all’era Biden è stato descritto da alcuni come netto, perfino traumatico. Biden aveva impostato lo Studio ovale su una sobrietà quasi da manuale: tappeto blu scuro con il sigillo presidenziale, due bandiere, un solo ritratto importante sopra il caminetto, quello di Franklin Delano Roosevelt. Nessun fronzolo a rubare la scena.
Trump, invece, ha fatto quello che fa quando qualcosa non gli sembra abbastanza “vivo”: ha alzato il volume. Roosevelt è stato rimosso e rimpiazzato con George Washington in una cornice massiccia. Poi è arrivata una galleria di ritratti storici e persino urne dorate. E se a Biden bastavano due bandiere, Trump ha aggiunto quelle di Army, Marine Corps e Navy, trasformando l’ufficio in un punto d’incontro tra diplomazia e cerimoniale militare.
Oro ovunque: l’ufficio di Trump luccica
Il tema dominante non è un colore. È un metallo. L’oro è diventato il marchio di fabbrica dello Studio Ovale: modanature del soffitto, porte, stucchi alle pareti. Non è l’oro come accento, ma come sistema operativo e un fermacarte a forma di lingotto con il nome Trump sopra lo simboleggia.
Ci sono perfino minuscoli cherubini dorati, arrivati da Mar-a-Lago (residenza Trump in Florida). E intorno: cornici, statuette, medaglioni, aquile, specchi rococò. Nessun angolo è stato risparmiato, perché l’idea sembra essere: se luccica, allora funziona. Un portavoce della Casa Bianca, parlando con Fox News, ha garantito che si tratta del “miglior oro disponibile” e che il presidente avrebbe coperto le spese di tasca propria.
A quel punto la domanda non è più “Che stile è?”, ma “Perché”. L’obiettivo non è nobilitare lo stile kitsch, perché a Trump questo non interessa. Il presidente USA ha le sue idee: se è a metà tra un casinò di Las Vegas e la sala ridondante di un re, allora va bene.
Design o propaganda in cornice massiccia?
Il punto, però, non è solo estetico. Perché nello Studio ovale l’arredamento è sempre un linguaggio: cosa metti alle pareti, quante bandiere esponi, quale ritratto sta sopra il caminetto tradizionale a legna.
Qui il linguaggio diventa dichiaratamente politico. L’insieme racconta un’idea di comando “assoluta”, fatta di simboli, vessilli, riflessi e presenza scenica. Più “re” che “presidente”, più Versailles che Filadelfia.
Dopo le due bandiere giganti da 88 piedi installate davanti alla Casa Bianca, il progetto sembra l’ennesimo tassello di una stessa strategia: estendere il “trump-style” dove prima dominava la misura istituzionale.
Lo Studio Ovale oggi sembra soprattutto un messaggio: non “qui si governa”, ma “qui si domina”. La vera domanda, allora, non è se assomigli più a Las Vegas o alla Casa Bianca: è se questo luccichio sia solo arredamento o l’anticamera di un’idea di un potere che si mostra smodatamente.


