
Quando si parla di carovita, si pensa al supermercato, alle bollette, al pieno di benzina. Eppure, esiste un’inflazione più silenziosa, che non si avverte nella vita quotidiana ma rischia di fare danni ancora più profondi. È quella dei materiali edili. E, a ben vedere, riguarda tutti.
Il carovita non riguarda solo la spesa alimentare
L’inflazione è una brutta bestia. Riduce il potere d’acquisto, erode i risparmi, rende difficile progettare il futuro. Il problema è che viene percepita soprattutto nella sua dimensione quotidiana. Ci si accorge che il latte costa di più, che la spesa pesa sempre di più sullo stipendio.
Ma chi controlla il prezzo del cemento? Chi si informa ogni settimana su quello dell’acciaio, dei laterizi, degli isolanti? Quasi nessuno. E per un motivo semplice: non sono acquisti abituali.
Ecco perché i rincari dei materiali edili passano spesso inosservati. Almeno fino a quando non si chiede un preventivo per rifare il tetto, sostituire gli infissi, ristrutturare un bagno. A quel punto, l’inflazione nascosta diventa visibilissima. E può presentare un conto salatissimo.
L’inflazione che colpisce i proprietari di casa
C’è una convinzione diffusa: chi possiede una casa è al riparo da molti problemi economici. D’altronde, non paga l’affitto e dispone di un patrimonio che, almeno sulla carta, ha un valore importante.
Tutto vero. Ma le case invecchiano. Richiedono manutenzione, riparazioni, interventi di riqualificazione. Alcuni possono essere rimandati, altri no. E quando materiali e lavorazioni costano di più, anche conservare ciò che si possiede diventa difficile.
Il proprietario si trova così davanti a un bivio: spendere una cifra magari ingente oppure rinviare, sperando che la situazione non peggiori. Peccato che una piccola infiltrazione possa trasformarsi in un danno serio. E che un immobile trascurato, alla lunga, possa perdere valore.
Il paradosso è evidente: si possiede un bene, ma si rischia di non avere i soldi per mantenerlo in buone condizioni.
Gli imprenditori edili non se la passano meglio
Se i proprietari piangono, gli imprenditori edili non ridono. Sono loro a comprare i materiali, anticipare spese, pagare dipendenti e fornitori. E quando i costi aumentano, le alternative sono sostanzialmente due: alzare i preventivi o ridurre i margini.
La prima soluzione rischia di allontanare i clienti. La seconda può compromettere la sostenibilità dell’impresa. Soprattutto quando si tratta di piccole realtà, magari familiari, che vivono di pochi cantieri alla volta.
Ecco che si disegna un circolo vizioso. I preventivi aumentano, i proprietari rinunciano ai lavori, le imprese ricevono meno commesse. Meno commesse significano meno fatturato, meno investimenti e, nei casi peggiori, meno occupazione.
Insomma, un problema che nasce dal prezzo di un materiale finisce per interessare un intero settore.
Un’inflazione che può fare più danni di quella visibile
C’è poi una differenza fondamentale. Quando aumenta il prezzo di un prodotto al supermercato, il danno è immediato e relativamente contenuto per singolo acquisto. Quando aumenta il costo di una ristrutturazione, anche una variazione percentuale modesta può significare migliaia di euro in più. E bastare a far saltare un intervento.
Le conseguenze non riguardano soltanto il portafoglio. Case meno curate, lavori rinviati, edifici meno efficienti. Il tutto mentre ai cittadini si chiede, giustamente, di migliorare le prestazioni energetiche degli immobili.
La domanda sorge spontanea: come conciliare questi obiettivi con costi sempre più difficili da sostenere? Non è detto che la risposta siano nuovi bonus. Di certo, però, il problema meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito sul carovita.
Perché l’inflazione non si misura soltanto da ciò che siamo costretti a pagare di più. Ma anche, e forse soprattutto, da ciò che non possiamo più permetterci di fare.


