30 Settembre 2026
Blog.Edilnet.it »» EdilNet News - Le notizie del giorno »» Amianto nella stampante 3D? Alla Bicocca il progetto che può cambiare lo smaltimento
Cemento-amianto detossificato trasformato in materiale per la stampa 3D in un laboratorio di ricerca

Alla Milano-Bicocca i ricercatori stanno sperimentando un processo che rende l’amianto non pericoloso e trasforma il materiale ottenuto in una polvere minerale utilizzabile per creare nuovi oggetti con la stampa 3D. Una soluzione con potenziali ricadute sul futuro della bonifica e dello smaltimento.

 

Dalla lastra di amianto a materiale per la stampante 3D

Le vecchie lastre in cemento-amianto potrebbero non essere più soltanto un rifiuto da confinare in discarica. A più di trent’anni dal divieto, l’INAIL ricorda che materiali contenenti amianto sono tuttora presenti in numerosi edifici pubblici e privati, impianti e infrastrutture.

 

Alla Milano-Bicocca stanno però sperimentando una strada decisamente diversa dal semplice confinamento del rifiuto. Il punto fondamentale è che i ricercatori non utilizzano le pericolose fibre di amianto direttamente nella plastica.

 

Il cemento-amianto viene prima sottoposto a un processo di detossificazione che modifica la struttura minerale delle fibre, trasformandole in una polvere che non presenta più le caratteristiche fibrose responsabili della pericolosità.

 

Il materiale così ottenuto può essere impiegato come componente di un materiale composito basato sul PLA, una bioplastica utilizzata anche nella stampa 3D. Lo studio scientifico, pubblicato nel febbraio 2026, ha ottenuto pellet contenenti fino al 50% in peso di materiale derivato dal cemento-amianto detossificato.

 

Trasformare lo smaltimento del cemento-amianto in risorsa

È probabilmente questo l’aspetto più interessante per il settore edilizio. Oggi, quando viene scelta la rimozione, le lastre di Eternit devono essere messe in sicurezza, rimosse da operatori specializzati in bonifica amianto e conferite secondo le procedure previste.

 

Chi deve intervenire su una vecchia copertura in cemento-amianto si trova quindi ad affrontare anche il problema del costo dello smaltimento dell’Eternit, oltre agli oneri della bonifica e della sicurezza. La ricerca della Bicocca prova a ribaltare proprio questo schema: non limitarsi a neutralizzare un rifiuto pericoloso, ma recuperare il materiale detossificato e utilizzarlo nuovamente.

 

Il passaggio dalla sperimentazione al mercato resta però il vero ostacolo: la convenienza economica per le aziende rimane decisiva. Per rendere competitivo il recupero potrebbero quindi servire incentivi capaci di spostare una parte delle risorse oggi destinate allo smaltimento verso processi di riutilizzo.

 

Non chiamatelo ancora “riciclo dell’Eternit”

La Bicocca ha già mostrato alcune possibili applicazioni realizzate con la stampa 3D, aprendo uno scenario curioso: ciò che nasce come uno dei rifiuti edilizi più problematici potrebbe diventare materia prima per nuovi prodotti.

 

Nel laboratorio sono stati realizzati anche piccoli oggetti, come vasetti e bicchierini sperimentali. Non si parla però di contenitori destinati agli alimenti: i ricercatori indicano piuttosto possibili applicazioni in settori come elettronica e automotive.

 

La parte interessante è anche tecnica. Secondo lo studio, fino a una concentrazione del 20% di materiale detossificato, i campioni stampati hanno mostrato proprietà meccaniche comparabili a quelle del PLA puro.

 

È quindi ancora presto per immaginare vecchie coperture in Eternit trasformate automaticamente in prodotti commerciali. La ricerca dimostra una possibilità tecnologica, non l’esistenza di una filiera industriale già disponibile per chi oggi deve bonificare un tetto.

 

Ed è una distinzione importante, perché il cemento-amianto presente negli edifici continua a dover essere gestito secondo procedure specifiche di sicurezza. Censimento, valutazione dello stato di conservazione, controllo, bonifica e gestione dei rifiuti restano passaggi distinti e regolamentati.

 

Se quella filiera riuscisse a svilupparsi su scala industriale, la rivoluzione non starebbe quindi nel mettere “l’amianto nella stampante 3D”, ma nel fare qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava molto più difficile: togliere a un materiale pericoloso la sua tossicità e provare a dargli una seconda vita.

 

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