
Costruzioni e demolizioni generano da sole il 52,5% dei rifiuti speciali italiani. Nel 2024 il totale nazionale è cresciuto del 4,6%, ma il recupero di materia ha raggiunto il 74,3%. Il ricorso alla discarica continua a diminuire: il riciclo degli scarti edili supera ampiamente l’obiettivo europeo.
L’edilizia genera da sola oltre la metà dei rifiuti speciali
L’Italia produce sempre più rifiuti speciali e a guidare la classifica è proprio l’edilizia. I numeri emergono dal Rapporto Rifiuti Speciali di Ispra, giunto alla venticinquesima edizione.
Nel 2024 le attività di costruzione e demolizione hanno generato 90,4 milioni di tonnellate, pari al 52,5% dell’intera produzione nazionale. In pratica, più di un rifiuto speciale su due proviene direttamente o indirettamente dai cantieri.
Il settore supera nettamente tutte le altre attività economiche. Il trattamento dei rifiuti e il risanamento incidono per il 23,1%, le attività manifatturiere per il 15,9% e le restanti attività per l’8,5%.
La crescita dei cantieri, delle demolizioni e degli interventi di riqualificazione edilizia porta inevitabilmente con sé un aumento dei materiali da gestire. La geografia dei rifiuti riflette inoltre la distribuzione delle attività industriali. Il Nord produce il 56% del totale nazionale e la Lombardia, da sola, arriva a 36,4 milioni di tonnellate.
Seguono Veneto con 18 milioni, Emilia-Romagna con 15 milioni e Piemonte con 13,9 milioni. Nel Centro Italia la produzione raggiunge 31,3 milioni di tonnellate, mentre il Sud arriva a 44,3 milioni. Campania, Sicilia e Puglia risultano le regioni meridionali con i quantitativi più elevati.
Più scarti edili ma sempre meno finiscono in discarica
Il volume prodotto cresce, ma cambia il modo in cui viene gestito. Il problema non riguarda soltanto le grandi opere: anche una normale ristrutturazione domestica può produrre macerie, vecchi sanitari, piastrelle, metalli, legno, cartongesso e imballaggi.
Per questo è essenziale conoscere come smaltire correttamente il materiale edile durante una ristrutturazione, distinguendo i rifiuti che possono essere recuperati da quelli che richiedono trattamenti specifici.
Nel 2024 gli impianti italiani hanno trattato complessivamente 187,2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Il recupero di materia rappresenta il 74,3% della gestione, pari a 139,1 milioni di tonnellate, mentre lo smaltimento si ferma al 13,9%.
Anche il ricorso alla discarica continua a diminuire: meno 2% rispetto al 2023 e meno 23,9% rispetto al 2021. Un segnale positivo, soprattutto per un Paese che deve ancora fare i conti con una rete impiantistica distribuita in modo disomogeneo.
Nel settore edile il passaggio da rifiuto a nuova risorsa dipende anche dall’applicazione delle regole per il recupero e il riutilizzo dei rifiuti inerti. Cemento, mattoni e materiali ceramici possono tornare nel ciclo produttivo, ma soltanto dopo controlli e trattamenti adeguati.
Edilizia: riciclo sopra il target europeo
Il dato più sorprendente del rapporto riguarda proprio gli scarti da costruzione e demolizione. Il loro tasso di riciclo raggiunge l’82,4%, superando nettamente l’obiettivo europeo del 70%.
La percentuale è però calcolata escludendo terre e rocce da scavo e fanghi di dragaggio: non può quindi essere applicata indistintamente a tutti i 90,4 milioni di tonnellate prodotti dal settore.
Resta comunque una prestazione rilevante, perché dimostra che una parte consistente di cemento, mattoni, metalli e altri materiali può rientrare nella filiera anziché diventare uno scarto definitivo. La presidente di Ispra e Snpa, Maria Alessandra Gallone, legge l’aumento del recupero come la conferma di un percorso verso un’edilizia circolare.
Le nuove tecnologie potrebbero spingere ancora più avanti questo processo. Tra i progetti già annunciati c’è anche l’impianto che promette di trasformare alcuni rifiuti in materiale edile in meno di un’ora.
Il risultato resta però paradossale. L’edilizia è contemporaneamente il settore che produce più rifiuti speciali e quello che mostra una capacità di recupero superiore agli obiettivi europei.
Se ogni anno la quantità di scarti continua ad aumentare, il successo dell’economia circolare non può essere misurato soltanto da ciò che recuperiamo: deve dipendere anche da quanto riusciamo a non trasformare in rifiuto fin dall’inizio.


