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Una tecnologia italiana punta a trasformare alcuni rifiuti industriali alcalini in materiali riciclati per l’edilizia usando CO2 e carbonatazione accelerata. Dopo l’impianto sperimentale di Busnago, il primo impianto industriale in Italia è previsto nel 2027.
Rifiuti industriali nell’edilizia: il 2027 è l’anno della svolta?
Da rifiuto industriale a materiale riciclato per l’edilizia in meno di un’ora. Detta così sembra la classica promessa da laboratorio, ma la notizia è che la tecnologia sta iniziando a uscire dalla fase sperimentale per puntare a impianti reali.
Resilco, startup nata nel 2019 e specializzata nel trattamento di rifiuti industriali, ha investito circa 2 milioni di euro in un impianto sperimentale nel comune di Busnago. L’impianto, pur limitato dagli aspetti autorizzativi, ha caratteristiche industriali e rappresenta il primo passaggio verso una filiera più concreta.
Dopo un round da 5 milioni di euro, l’obiettivo è arrivare nel 2027 al primo impianto industriale in Italia per il recupero e la trasformazione di alcune tipologie di rifiuti industriali in materie prime secondarie. E per un comparto come l’edilizia, sempre più chiamato a ridurre discariche, emissioni e consumo di risorse naturali, il tema è tutt’altro che marginale.
CO2 e carbonatazione: lo scarto diventa materiale per l’edilizia
Il processo sviluppato riguarda specifici rifiuti industriali di natura alcalina. Tra questi rientrano ceneri volanti da impianti di termovalorizzazione, scorie siderurgiche derivanti dalla produzione di acciaio e polveri di abbattimento fumi provenienti da settori come ceramica, vetro e altri comparti industriali.
Oggi molti di questi materiali finiscono prevalentemente in discarica o richiedono soluzioni di smaltimento sempre più complesse. La tecnologia punta invece a recuperarli attraverso un processo di carbonatazione accelerata.
In parole semplici, la carbonatazione è una reazione in cui una sostanza, in presenza di anidride carbonica, dà origine a carbonati. In questo caso il processo viene accelerato artificialmente: la tecnologia opera a temperatura e pressione ambiente, usa la CO2 come reagente principale e può trasformare il rifiuto in materiale riciclato per l’edilizia in meno di un’ora.
Il punto tecnico più importante è doppio: da una parte il processo consente di immobilizzare alcuni elementi pericolosi presenti nei rifiuti; dall’altra permette di ottenere materie prime secondarie che, dopo il necessario percorso di End of Waste, possono essere immesse sul mercato.
Questo passaggio va tenuto bene a mente: non significa che qualsiasi rifiuto diventi automaticamente materiale da costruzione. Servono trattamento, controlli, autorizzazioni e qualifica normativa. Ma se la filiera funziona, uno scarto che prima rappresentava un costo può diventare una risorsa per nuovi materiali edili.
Dove finiscono gli scarti recuperati
Le materie prime secondarie ottenute dal processo potrebbero essere impiegate nella produzione di malte, calcestruzzi, intonaci, resine e bitumi. Non quindi un riciclo generico, ma materiali che entrano nel cuore dei cantieri e della filiera delle costruzioni.
La gestione degli scarti, però, resta il primo passaggio. Prima che un materiale possa rientrare in una filiera di recupero, deve essere selezionato, raccolto e trattato correttamente. Nei cantieri, questo significa affidarsi a ditte qualificate di rimozione e smaltimento macerie, per separare, conferire e gestire i residui in modo tracciabile.
Il tema è anche strategico. Molte ceneri prodotte in Europa sono state finora destinate a miniere sotterranee di sale in Germania e Polonia, ma questa strada potrebbe diventare sempre meno praticabile nei prossimi anni. Da qui la necessità di soluzioni locali, capaci di ridurre costi, dipendenza esterna e pressione sulle discariche.
La direzione, quindi, è chiara: il futuro dell’edilizia non passerà solo da nuovi materiali, ma anche da come verranno trattati gli scarti industriali e da cantiere. La sfida non è trasformare ogni rifiuto in risorsa con uno slogan, ma costruire filiere controllate, autorizzate e realmente utilizzabili. Perché l’edilizia circolare comincia davvero quando lo scarto diventa materia prima verificata.