
La storia del cittadino che chiede un condono, fa tutto quello che deve fare, e si vede recapitare una esorbitante richiesta di pagamento da parte del Comune.
Il cittadino e l’ultimo condono
La storia è di quelle interessanti. C’è tutto per appassionare chi è alla ricerca di conferma dei cliché italiani. Abbiamo il classico italiano che fa quel quid in più senza dichiararlo. Abbiamo un bel condono, l’ultimo per la precisione, quello del 2003. Abbiamo l’altrettanto classica lentezza dell’amministrazione italiana.
C’è persino il colpo di scena, anzi due: il proprietario di casa che, con approccio estremamente ligio completa la domanda di condono in tempo record, e il salvataggio in extremis da parte di un organo “superiore”, ovvero il TAR.
La storia può essere riassunta così: un cittadino realizza lavori mediamente pesanti senza titolo edilizio, fa richiesta di sanatoria brandendo la legge del 2003, completa la domanda subito, pagando tutto quello che deve pagare. Il Comune “si sveglia” dopo vent’anni e ridetermina la somma da pagare, quasi decuplicandola. Infine, interviene il TAR.
Tuttavia, nei dettagli non si nasconde solo il diavolo, ma anche gli spunti più interessanti. Dunque ecco cos’è accaduto.. Nel dettaglio.
La vicenda, la sentenza
La controversia nasce da un’istanza di condono presentata nel 2004, ai sensi della Legge n. 326/2003, per il cambio di destinazione d’uso da laboratorio a residenziale e per l’ampliamento di un soppalco.
Nello stesso anno, il richiedente ha versato circa 6.350 euro autoliquidati per oblazione e oneri di urbanizzazione, completando poi l’intera documentazione nel 2005 (inclusa la denuncia catastale e quelle per ICI e TARSU).
La pratica è rimasta ferma fino al 2023, quando il Comune ha riesaminato gli atti, riqualificato gli interventi e preteso un conguaglio astronomico: 6.809 euro per l’oblazione e 50.377 euro per il contributo di costruzione.
Il TAR Lombardia (sentenza n. 2993/2026) ha annullato le richieste del Comune, dando ragione al cittadino su due principi chiave.
Innanzitutto, poiché la documentazione era completa dal 2005, il silenzio assenso sul titolo edilizio in sanatoria si è perfezionato già nel 2007, decorsi i 24 mesi previsti dalla legge.
In secondo luogo, le pretese economiche comunali risultano ampiamente prescritte: il diritto al conguaglio dell’oblazione scade in tre anni, mentre il contributo di costruzione in dieci (scaduto nel 2015).
Cosa ci insegna questa storia
La storia è certamente interessante in quanto tocca due nervi scoperti, ovvero l’abusivismo e la burocrazia.
Tuttavia è anche emblematica. Nello specifico, di due fatti.
Primo, è che il detto dura lex sed lex vale (per fortuna) non solo per il cittadino ma anche per le istituzioni. Anche se dal punto di vista del Comune, e in fondo anche sul piano sostanziale, la cifra determinata di recente era più esatta rispetto a quella del 2003, la clausola sul silenzio assenso e sulla prescrizione ha dato ragione al cittadino.
Secondo, che in in ogni caso, per chi spera di farla franca e non richiede titoli edilizi, il gioco non vale la candela. Anche ammesso che vengano riproposti condoni vecchio stile (già emergono le prime voci di corridoio), la vicenda in questione dimostra che anche quando ci si comporta in modo ineccepibile, ottenere il tanto agognato Permesso di Costruire in Sanatoria è lungo e difficile.


