
Tutto si può dire del Piano Casa, ma non che sia la solita solfa. Anzi, ha introdotto strumenti nuovi, quasi inediti per il contesto italiano. Per esempio, il cosiddetto Add Capital, che almeno sul fronte della raccolta sembra stia funzionando.
Il Piano Casa e l’housing sociale finanziato in modo inedito
Il Piano Casa ha riportato al centro delle politiche abitative italiane un concetto che altrove, specie nel Nord Europa, è già stato esplorato a fondo: l’housing sociale. Ovvero, il coinvolgimento degli attori socio-economici, ovviamente sotto l’egida dello Stato, per soddisfare le esigenze abitative. Questo approccio sostituisce o perlomeno affianca l’edilizia popolare, che ormai da qualche decennio mostra la corda.
Uno dei veicoli che si candida a implementare questo modello nel quadro del Piano Casa è Add Capital. Ovvero, una piattaforma finanziaria e operativa che punta a far convergere capitali privati e istituzionali verso interventi immobiliari.
Il denaro raccolto servirà a costruire abitazioni diverse da quelle popolari, ma da affittare o vendere a prezzi calmierati. Lo scopo è venire incontro al ceto medio che da un lato non può accedere all’edilizia popolare perché “troppo ricco”, dall’altro non riesce a sostenere il peso degli affitti in quanto “non abbastanza ricco”.
Come funziona Add Capital e come è andato il primo round
Add Capital si inserisce nel terzo pilastro del Piano Casa, quello che punta a mobilitare investimenti privati e istituzionali per finanziare programmi di edilizia integrata.
Il meccanismo prevede che almeno il 70% degli alloggi realizzati con questi fondi sia destinato all’edilizia convenzionata, dunque con prezzi o canoni calmierati, mentre la quota restante può essere collocata sul mercato libero. Per gli investimenti superiori al miliardo di euro è inoltre previsto un percorso autorizzativo accelerato, la cosiddetta fast track.
Add Capital non gestirà direttamente i fondi. Svolgerà piuttosto il ruolo di advisor strategico e operativo, partecipando alla definizione delle strategie e allo sviluppo dei progetti. I fondi sarebbero di diritto lussemburghese, mentre gli investimenti nel nostro Paese verrebbero strutturati attraverso FIA italiani, con un possibile coinvolgimento di Cdp Real Asset Sgr nella gestione dei singoli progetti.
E veniamo ai numeri. La piattaforma ha già raccolto 1,2 miliardi di euro e ha chiesto di accedere proprio alla fast track prevista per gli investimenti di maggiori dimensioni. L’operazione vede il sostegno di Mubadala Investment Company e Cassa Depositi e Prestiti come investitori di riferimento. In particolare, Cdp investirà complessivamente 425 milioni: 200 milioni nel Fondo Housing rivolto all’Italia e altri 225 milioni nel Fondo Real Estate, di respiro paneuropeo.
Gli investimenti dovrebbero concentrarsi soprattutto dove la domanda abitativa è più intensa: grandi città come Milano, Roma, Genova, Firenze, Bologna e Napoli, ma anche distretti produttivi dell’Emilia-Romagna e del Sud, con un’attenzione specifica alla Sicilia.
Uno strumento efficace?
In realtà, è ancora presto per dirlo. Possiamo però dire che la prima fase, quella della raccolta, sta andando piuttosto bene. Certo, siamo solo ai piedi della salita. Bisognerà trovare altro denaro, per porre in essere un housing sociale realmente capace di incidere sulla crisi abitativa.
La sfida più grande, però, è un’altra: spendere bene i soldi di Add Capital. La sfida degli interventi pubblici (e questo è un intervento pubblico, benché lo Stato funga da coordinatore più che da finanziatore) è quella di ottimizzare la spesa, di trasformarla in investimento produttivo.
Il rischio è sempre lo stesso: la dispersione delle risorse tra i mille rivoli della burocrazia, i rallentamenti dovuti a sovrapposizioni di ruoli, alla deresponsabilizzazione dei quadri intermedi.


