13 Luglio 2026
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Design della casa, affollare la casa dell'oggetti è spesso controproducente.

Una casa in cui il design è curato nei minimi particolari... Forse troppo.

Una famosa rivista di design ha interrogato alcuni esperti per individuare gli oggetti che compromettono, da soli, l’estetica della casa, a prescindere dalla cura prestata all’arredamento.

 

Succede più spesso di quanto ci si immagini. Si cura l’arredamento, si gestiscono con gusto le finiture, si organizzano bene gli spazi ma… La casa ha comunque qualcosa che non va. Qualcosa stona. Secondo i designer interrogati da Elle Decor, il colpevole va rintracciato… In alcuni oggetti.

 

Oggetti magari di uso comune, magari eccentrici, dalle forme e dagli impieghi più svariati, ma accomunati da una caratteristica: l’impersonalità. Sono oggetti che sembrano essere lì per caso, il cui inserimento non è frutto di un’idea ragionata.

 

Oggetti che, siamo abbastanza sicuri, sono presenti anche a casa vostra, certo in quantità variabile. Vale dunque la pena rivelarli, dando voce proprio ai designer interrogati da Elle Decor.

 

Gli oggetti che compromettono la performance estetica della casa

 

Partiamo da un grande classico: i mobili apparentemente coordinati. Secondo Tina Ramchandani, il problema non è tanto la coerenza in sé, quanto l’effetto finale che questa produce quando diventa eccessiva. Un soggiorno in cui divano, poltrone, tavolino, madia e complementi sembrano usciti dallo stesso catalogo rischia di apparire piatto, freddo, privo di stratificazione.

 

Un altro elemento molto discusso riguarda piante e fiori artificiali. Amy McCoy ammette che uno o due elementi finti possono anche funzionare, soprattutto se di buona qualità e inseriti con misura. Il problema nasce quando diventano troppi, quando sono evidentemente economici o quando finiscono per accumulare polvere. Tina Ramchandani è ancora più netta: meglio nessun fiore che un brutto fiore finto.

 

C’è poi il tema delle finiture standard, quelle che spesso si trovano nelle case appena costruite o negli appartamenti in affitto: maniglie anonime, rubinetteria basica, piastrelle senza carattere, punti luce scelti solo perché economici e neutri.

 

Anche qui, Ramchandani invita a guardare oltre la soluzione più semplice. Oggi esistono alternative accessibili, anche senza spendere cifre enormi, capaci di cambiare la percezione di una stanza. Una maniglia più curata, un miscelatore più elegante, una lampada meno prevedibile possono trasformare un ambiente senza stravolgerlo. Il difetto delle finiture generiche, infatti, non è solo estetico: comunicano trascuratezza, come se la casa non fosse stata davvero personalizzata.

 

Jeanne Barber, invece, si sofferma su un oggetto apparentemente secondario: le tazze spaiate. Non parla delle tazze affettive, quelle legate a un ricordo o a una persona cara, ma dell’accumulo casuale di mug promozionali, souvenir, pezzi scoloriti e tazze senza alcuna relazione tra loro. In cucina, soprattutto quando si ricevono ospiti, questi dettagli possono incidere più di quanto si pensi.

 

Molto interessante è anche la critica alle scritte decorative da parete. Amber Guyton non condanna in assoluto le frasi incorniciate, una citazione o un riferimento personale. Il problema nasce quando la casa si riempie di parole: “family”, “home”, “gather”, “live, laugh, love” e simili. A quel punto le pareti smettono di raccontare qualcosa e iniziano a sembrare un insieme di istruzioni o slogan.  

 

Un altro errore riguarda le stanze troppo “a tema”. Susan Petrie cita in particolare le case al mare trasformate in cataloghi di conchiglie, ancore, righe blu, barchette e riferimenti nautici. Taniya Nayak condivide il principio: qualche dettaglio evocativo può funzionare, ma quando tutto grida “tema coastal” l’ambiente diventa caricaturale.

 

Hillary Cohen porta l’attenzione sui grandi ritratti familiari collocati nelle zone più esposte della casa. Non mette in discussione il valore affettivo delle fotografie, ma suggerisce una maggiore misura.

 

Le immagini di famiglia funzionano meglio in formati più piccoli, in cornici curate o in ambienti più intimi, come camere e corridoi. All’ingresso o in soggiorno, se troppo grandi, possono risultare invadenti e sbilanciare la composizione.

 

Infine, Kristyn Harvey mette in discussione le pareti rivestite con carta da parati, soprattutto quando appaiono come una scelta timida o incompleta. La carta da parati, secondo questa visione, dà il meglio quando avvolge davvero lo spazio e crea un’esperienza immersiva. Usata su una sola parete può sembrare un compromesso poco convinto.

 

Danielle Chiprut chiude idealmente il cerchio con un elemento spesso sottovalutato: le tende sbagliate. Pannelli troppo corti, stretti o montati male fanno sembrare una stanza sproporzionata. E dimostrano che, in casa, anche l’oggetto più funzionale può diventare anti-design se non viene scelto con intenzione.

 

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