27 Ottobre 2026
Blog.Edilnet.it »» EdilNet News - Le notizie del giorno »» Conto Termico 3.0: le regioni chiedono pesanti correzioni. Cosa cambia per il cittadino
Conto termico 3.0, il 2027 si preannuncia diverso per via delle modifiche al DM del 2025.

Il Conto Termico 3.0 è un incentivo molto apprezzato ma ciò non significa che sia perfetto. Lo sanno le Regioni, che hanno chiesto molte modifiche. A beneficio dei cittadini? Scopriamolo qui.

 

Conto Termico 3.0, l’assalto delle Regioni

 

Non si tratta di un vero e proprio assalto alla diligenza, come vengono chiamate le massicce e oberanti richieste di emendamento, ma poco ci manca.

 

Vero, non siamo in Parlamento, ma comunque le richieste avanzate al Governo sono numerose, puntuali, potenzialmente in grado di trasformare l’incentivo.

 

Stiamo parlando delle richieste che i rappresentanti delle Regioni hanno avanzato in occasione della Conferenza Unificata, ovvero delle proposte di modifica al DM del 7 agosto 2025, quello che definisce condizioni e meccanismi del Conto Termico 3.0, e a cui il Governo sta comunque pensando di mettere mano, più che altro con aggiornamenti tecnici. 

Una certa apprensione è comunque legittima, quando si tocca uno strumento che bene o male ha funzionato. E il Conto Termico 3.0 ha funzionato davvero, almeno rispetto al vecchio Superbonus, che ha lasciato dietro di sé voragini nei conti pubblici e opere incompiute.

 

Dunque, vale la pena capire se le proposte delle Regioni siano in linea con le necessità dell’utenza, e se riescano a trovare la quadra tra le esigenze di riqualificazione e le dinamiche di bilancio.

 

Le proposte delle Regioni

 

La proposta principale riguarda la distribuzione dei 900 milioni di euro annui disponibili. Le Regioni chiedono di garantire almeno 400 milioni alle pubbliche amministrazioni e altrettanti ai privati, anziché i 300 milioni previsti dallo schema correttivo. I restanti 100 milioni verrebbero assegnati successivamente, secondo le necessità.

 

La dotazione complessiva rimarrebbe dunque invariata. L’obiettivo è rendere più prevedibile la gestione delle risorse, evitando incertezze sull’accoglimento delle domande.

 

Per le pubbliche amministrazioni, si propone di riservare almeno 200 milioni alle prenotazioni e di consentire la presentazione delle richieste fino a 30 giorni dopo il raggiungimento del limite di spesa. Per il 2026, il termine salirebbe a 60 giorni.

 

Un’altra proposta riguarda i Comuni fino a 15.000 abitanti: il contributo del 100% delle spese ammissibili dovrebbe essere garantito per un intervento ogni anno, anziché una sola volta.

 

Non mancano osservazioni tecniche. Per interventi come la sostituzione degli infissi e l’installazione delle schermature solari, si chiede di chiarire l’obbligo dell’APE post-intervento, anche senza variazioni della classe energetica.

 

Per gli impianti a biomassa, invece, le Regioni propongono di conservare il requisito del rendimento termico superiore all’85%, oppure di ridurne la soglia.

 

Si chiede infine di evitare che parte dei 900 milioni venga destinata alle aste per gli impianti di grandi dimensioni.

 

In vista un Conto Termico migliore?

 

È positivo che il Governo stia chiedendo il parere alle Regioni (e non solo) prima di mettere mano al Conto Termico 3.0. Ciò indica volontà di concertazione, di coinvolgere le parti politiche, amministrative e sociali.

 

Motivo per cui, si può ragionare su due piani distinti: la bontà delle proposte avanzate, la reale possibilità che vengano prese in considerazione.

 

Sul primo punto, non ci possono essere dubbi: le proposte sono buone. Si parla, d’altronde, di ottimizzare la spesa e di razionalizzare la gestione delle domande (mediante la definizione di un importo di riferimento certo).

 

Sul secondo punto, è lecito nutrire alcuni dubbi. Il Governo sta facendo fatica ad accontentare tutti, e ci sono voci di spesa più urgenti da arricchire, come il contrasto all’inflazione, che affligge consumatori e proprietari di casa.

 

Dunque, non è affatto scontato che il Governo accolga la proposta di aumentare da 300 a 400 milioni di euro la quota minima garantita a ciascuna categoria di beneficiari.

 

L’altra proposta-pilastro, ovvero l’identificazione di un importo di riferimento certo, richiede tempo, lavoro e pianificazione. Tre “risorse” di cui il Governo, alle prese con problemi contingenti, potrebbe lesinare.

 

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