10 Settembre 2026
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I problemi dei proprietari di casa: obblighi di ristrutturazione e inflazione.

Non tira un buon vento per i proprietari di casa. Anzi, stanno vivendo un periodo piuttosto negativo: sono stretti in una morsa terribile, quella tra obblighi di legge sempre più restrittivi e un’inflazione che non lascia scampo nemmeno a chi vorrebbe mettersi in regola.

 

La doppia tragedia dei proprietari di casa

 

Sembrano lontani i tempi in cui possedere una casa, anche piccola, anche destinata alla mera attività residenziale, poteva essere considerato una ricchezza da tramandare ai figli, una sicurezza e un modo per mettere al riparo il proprio capitale.

 

La verità è che oggi i proprietari di casa “comuni” se la passano piuttosto male. Il perché è sotto gli occhi di tutti e le conseguenze sono vissute in prima persona, sulla propria pelle, da milioni di persone.

 

Tanto per cominciare, da qualche anno a questa parte si assiste a una crescente svalutazione degli immobili più vecchi e meno efficienti rispetto alle nuove costruzioni. Le prime rischiano di perdere attrattività rispetto alle seconde, soprattutto quando richiedono importanti interventi di riqualificazione. Questo significa una cosa sola: erosione della ricchezza.

 

Ma questo è il meno.

 

Ci sono altri problemi, ben più gravi e strutturali, che i proprietari di casa devono affrontare. Il primo riguarda la stretta normativa. Per far fronte alla crisi climatica, l’Unione Europea si sta muovendo per ridurre le emissioni inquinanti. Tra i principali ambiti di intervento figura proprio il patrimonio edilizio dei vari Paesi.

 

Il riferimento è alla Direttiva Case Green, ovvero la direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia. Il provvedimento non vieta automaticamente di vendere o affittare gli immobili meno efficienti e, per gli edifici residenziali, non impone a ogni singola abitazione il raggiungimento di una determinata classe energetica entro una data prestabilita. Impone però agli Stati di seguire una traiettoria capace di ridurre progressivamente il consumo medio di energia del patrimonio residenziale, concentrando una parte consistente degli interventi sugli edifici dalle prestazioni peggiori.

 

La direzione, dunque, è chiara: nei prossimi anni una parte consistente del patrimonio edilizio dovrà diventare più efficiente. Per molti proprietari questo potrebbe tradursi nella necessità, prima o poi, di intervenire sulla propria abitazione, anche solo per preservarne l’attrattività e il valore sul mercato.

 

Il problema è che proprio mentre aumenta la pressione verso la riqualificazione sembrano venire meno gli strumenti che permettono di affrontarla. Almeno in Italia, gli incentivi sulle ristrutturazioni sono diventati progressivamente meno generosi rispetto agli anni dei bonus più ricchi. Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi registrato negli ultimi anni ha reso più onerosi materiali, manodopera e lavori edilizi.

 

Insomma, i proprietari di casa si trovano ad affrontare una vera e propria morsa: tra l’incudine di una legislazione sempre più orientata alla riqualificazione e il martello del caro vita.

 

Liberarsi dalla morsa

 

Molti si stanno adoperando per trovare soluzioni individuali. C’è chi vende prima che sia troppo tardi e chi, quando deve investire nuovi capitali, preferisce guardare a settori diversi dall’immobiliare.

 

Nondimeno, è palese che le soluzioni più efficaci siano di natura collettiva. Insomma, la palla dovrebbe passare al legislatore.

 

Alcune misure sono già oggetto di dibattito pubblico e, in un certo senso, rivestono il carattere della banalità più assoluta. Ci si potrebbe dunque chiedere perché non siano state adottate con maggiore decisione.

 

Queste misure coincidono innanzitutto con investimenti pubblici nel recupero del patrimonio edilizio. Non necessariamente con un ripristino delle agevolazioni fiscali così come sono state intese fino a qualche anno fa, che hanno prodotto costi molto rilevanti per il bilancio pubblico e prestato il fianco anche a comportamenti opportunistici, quanto con veri e propri programmi di finanziamento su larga scala, capaci di accompagnare nel tempo la riqualificazione del patrimonio immobiliare.

 

Si può poi intervenire anche sull’altra parte del problema: proprio sull’applicazione della Direttiva Case Green. Non si tratterebbe di metterla in soffitta, giacché il principio che la muove appare più che condivisibile, quanto di calarla nel contesto dei vari Paesi, prevedendo percorsi di introduzione sostenibili e strumenti economici adeguati.

 

Del resto, la direttiva stessa concede agli Stati una certa flessibilità: ciascun Paese deve definire il proprio piano nazionale di ristrutturazione e può individuare le misure più adatte alle caratteristiche del proprio patrimonio edilizio, alla geografia e al clima.

 

Non rimane che sperare nella lungimiranza dei decisori pubblici. La transizione energetica degli edifici è probabilmente inevitabile e, per molti versi, auspicabile. Ma non può essere sostenibile soltanto dal punto di vista ambientale.

Deve esserlo anche dal punto di vista economico. 

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