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In Europa esistono rifugi e cabine total black montati in luoghi inaccessibili. E anche in Italia, l’architettura “airlifted” non è più una fantasia da rendering. Tra prefabbricazione, legno carbonizzato e cantieri raggiunti in elicottero, il nuovo immaginario della montagna punta su moduli neri, design sci-fi e tempi di montaggio che sfidano l’edilizia tradizionale.
Davvero la vecchia idea di baita con travi a vista e caminetto a legno sta per andare in pensione? Per il momento il rischio non c’è, ma qualcosa sta cambiando nell’immaginario del rifugio di montagna. Volumi neri, linee taglienti, vetro a tutta parete e un aspetto che sta a metà tra una micro-casa di lusso e una capsula spaziale atterrata tra neve, rocce e boschi.
Esistono già casi concreti come il Vipp Shelter in Svezia: un modulo abitabile da 55 metri quadrati in acciaio e vetro calato nella natura, con vista su lago e foresta. Si tratta di un esempio di una categoria più ampia, quella delle baite prefabbricate pensate per arrivare dove il cantiere tradizionale fa molta più fatica. Questi moduli prefabbricati sono non solo di design e con materiali di ricerca, ma anche più rapidi da portare, montare e chiudere rispetto a una costruzione classica fatta tutta in opera.
Forse i puristi del genere storceranno la bocca. Nessun problema, perché chi sogna ancora pietra, travi e ristrutturazioni da romanzo può sempre virare sull’idea comprare un rustico da ristrutturare magari in quota.
Legno carbonizzato e montaggio rapido per le baite del futuro?
Se la parola chiave è prefabbricazione, la seconda è Yakisugi, o Shou Sugi Ban: la tecnica giapponese di carbonizzazione superficiale del legno che negli ultimi anni è tornata fortissimo nell’architettura contemporanea.
Uno dei casi più pertinenti è Aska, progettata da Studio Heima in Islanda: il nome significa “cenere” e il rivestimento è in pino bruciato, scelto proprio per ottenere una facciata scura, naturale e robusta, in dialogo con il paesaggio vulcanico. Lo studio spiega che il rivestimento è pensato per una facciata sostenibile, con lunga durata e materiali naturali.
Ricerche scientifiche recenti segnalano che la carbonizzazione superficiale può migliorare alcuni aspetti di durabilità e comportamento del materiale, ma non produce automaticamente gli stessi risultati in tutti i campioni e in tutti gli scenari. Il punto di forza più evidente resta la logistica. Come dimostra un caso in British Columbia dove la baita prefabbricata è stata trasportata in elicottero e montata in un’area remota in tempi record.
Anche in Italia la baita arriva in elicottero?
Se è vero che il filone più “wow” arriva dal Nord Europa e dalle terre sconfinate oltreoceano, è altrettanto vero che l’idea di architettura prefabbricata airlifted non è affatto estranea alle nostre montagne.
È il caso del bivacco Aldo Frattini nelle Orobie bergamasche, struttura in quota a oltre 2.200 metri. Non è una baita prefabbrica nera di lusso in Yakisugi, certo, piuttosto un esempio di “architettura di emergenza”. Il punto è che anche qui la logica del prefabbricato da portare e posare in alta quota è già realtà tecnica, non un sogno da progettista. E l’uso di pannelli in sughero isolanti e di un rivestimento in “pelle” tessile dimostra il livello di ricerca per questo tipo di strutture estreme.
Insomma, tra la baita Walser tradizionale che continua a valere un patrimonio e le nuove cabine prefabbricate total black, la montagna sembra essersi sdoppiata. Da una parte il fascino del passato, dall’altra un lusso tecnico che trasforma baite e rifugi in astronavi silenziose appoggiate sul cuore della montagna.


