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Esplode la questione nucleare in Italia e la legge delega arriva in questi giorni in Parlamento. Si parla di mini reattori entro il 2035, ma intanto il solare e le altre rinnovabili restano bloccate.
L’Italia sogna il nucleare mentre le rinnovabili arrancano
L’Italia torna a parlare seriamente di energia nucleare. Da una parte si immaginano mini reattori, nuove regole e una filiera energetica più autonoma; dall’altra, però, solare ed eolico continuano a muoversi troppo lentamente. Tradotto: guardiamo al 2035, mentre per il 2030 siamo già in affanno.
All’assemblea annuale di Confindustria, il presidente Emanuele Orsini ha messo l’energia al centro del discorso, chiedendo all’Europa un vero mercato unico e un ruolo da acquirente delle fonti energetiche per abbassare i prezzi. Per Orsini, l’Italia paga scelte passate: dalla rinuncia al nucleare ai blocchi regionali sulle rinnovabili.
La sua linea è doppia: accelerare sul ritorno dell’atomo e, allo stesso tempo, sbloccare le aree idonee per fotovoltaico ed eolico di grande taglia. Giorgia Meloni ha raccolto l’assist davanti alla platea degli industriali, definendo la ripresa della produzione nucleare in Italia un obiettivo alla portata e una svolta per la competitività. Intanto, alla Camera, è arrivata la proposta di legge delega per affidare al governo lo sviluppo di un programma nazionale per la produzione di energia nucleare.
Mini reattori: il cuore del progetto nucleare in Italia
Il cuore del nuovo racconto nucleare sono gli SMR (Small Modular Reactor), piccoli reattori modulari, e gli AMR, reattori modulari avanzati. Confindustria ne aveva già studiato le potenzialità con Enea: i mini reattori sarebbero prodotti in fabbrica, più scalabili e pensati per superare parte delle criticità delle vecchie centrali. Peccato che non siano ancora disponibili su scala commerciale.
Project Drawdown li considera promettenti ma ancora in sviluppo, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia stima che diversi Paesi avranno modelli installati e funzionanti entro il 2030. Non tutti, però, comprano il sogno a scatola chiusa: l’ingegnere Luigi Moccia avverte che rimpicciolire i grandi reattori potrebbe aumentare i costi per energia erogata, e che il possibile risparmio dato dalla produzione modulare resta da dimostrare.
Nucleare domani, ma solare ed eolico servono adesso
Mentre si spinge sul nucleare, occorre ricordare anche che oggi l’Italia ha 85 GW installati da fonti di energia rinnovabili e che ne servono altri 50 entro quattro anni. E non basta installare il fotovoltaico o le pale eoliche: un terzo non sarebbe ancora allacciato alla rete. La transizione, insomma, non è solo mettere pannelli e turbine: è anche farli funzionare davvero.
Confindustria apprezza misure come Energy Release 2.0, pensata per dare elettricità a prezzo calmierato alle imprese energivore in cambio di nuovi impianti rinnovabili, e la piattaforma pubblica per acquistare energia direttamente dai produttori. Ma chiede anche di superare la logica Nimby e riportare l’energia nella competenza esclusiva dello Stato, togliendola dalle mani delle Regioni.
Legambiente, da un’altra prospettiva, fotografa lo stesso problema: a fine marzo 2026 l’Italia era appena al 33,2% dell’obiettivo rinnovabili al 2030. Con questo passo, servirebbero altri dieci anni per arrivarci. Industriali e ambientalisti litigano sulle responsabilità, ma almeno su una cosa sembrano d’accordo: stiamo andando troppo lenti.
Quanto costerebbe riaccendere l’atomo in Italia?
Secondo Marco Ricotti, ordinario al Politecnico di Milano e presidente di Cirten, per far ripartire il nucleare in Italia servirebbero meno di 20 miliardi: meno del 10% dei circa 200 miliardi di sostegno pubblico destinati negli ultimi vent’anni a fotovoltaico ed eolico attraverso quote nelle bollette elettriche pagate dai consumatori.
La questione, però, è come finanziare la ripartenza. Sempre secondo Ricotti, quei fondi non dovrebbero necessariamente arrivare dalle bollette: il nucleare richiede grandi investimenti iniziali per costruire le centrali, ma ha bassi costi di combustibile e gestione. L’investimento potrebbe essere sostenuto dai privati, con supporto pubblico tramite prestiti agevolati e garanzie finanziarie.
Segnali positivi anche dall’Unione europea, che ha offerto garanzie per 200 milioni di euro a progetti di sviluppo e realizzazione degli SMR. Ricotti guarda anche al modello Spagna: un 20% di nucleare domestico, metà del carico di base coperto da una fonte programmabile e prezzi più prevedibili.
Secondo gli studi citati, un mix italiano con il 10-20% di nucleare potrebbe far risparmiare 500-600 miliardi rispetto a uno scenario basato solo sulle rinnovabili, riducendo i costi degli accumuli a batteria.
Cosa aspettarsi adesso: decreti e forse referendum
La legge delega, anche se approvata, sarà solo il primo passo. Per trasformare il ritorno al nucleare in Italia in un programma operativo serviranno i decreti attuativi:
- regole per la nuova Autorità di sicurezza nucleare;
- criteri per scegliere i siti;
- strumenti di finanziamento;
- coinvolgimento dei territori e struttura di coordinamento nazionale.
Sul tavolo potrebbe arrivare anche un referendum abrogativo. Tale passaggio suscita reazioni divisive: i fautori del nucleare sostengono che l’energia dovrebbero rientrare in una strategia stabile e condivisa, non destinata a cambiare a ogni stagione politica.
Alla fine, la questione non è scegliere tra fede atomica e fede solare. È capire se l’Italia vuole una visione energetica seria oppure si cerca l’ennesimo derby ideologico dove bollette, autorizzazioni e sicurezza sono usate come palloni da lanciare in tribuna.


