
Una recente sentenza della Cassazione ha qualificato come abuso edilizio la costruzione di quella che, a tutti gli effetti, appariva come una normale e innocua opera di edilizia libera. Per la serie: le apparenze ingannano e si trasformano in sanzioni…
La Cassazione contro la tettoia
La sentenza è la n. 274 del 7 gennaio 2026. Essa si pronuncia sul caso di una cittadina campana che qualche anno fa ha costruito, almeno ufficialmente, una tettoria soggetta a edilizia libera. Intervento, per il quale, come da prassi, non ha richiesto nessun titolo abilitativo.
Tuttavia, a seguito della contestazione delle autorità, si è instaurato un lungo processo che ha portato, qualche mese fa, proprio alla sentenza della Cassazione.
In particolare, la sentenza ha rilevato che l’opera, benché fosse dichiarata come “di edilizia libera” dall’imputata, in realtà vantava tutti i crismi della tettoia richiedente permessohttps://blog.edilnet.it/news-tettoie-su-coperture-quando-la-legge-permette-ledilizia-libera/. Ragione per cui va qualificata come opera abusiva, con tutto ciò che ne consegue per la cittadina.
Perché era una tettoia da permesso di costruire e non da edilizia libera
La distinzione dipendeva dalle caratteristiche concrete dell’opera. La tettoria di edilizia libera, es. una pergotenda, per rientrare nella categoria, deve essere destinata esclusivamente alla protezione dal sole e dagli agenti atmosferici, essere formata soprattutto da tende o sistemi mobili e non creare spazi stabilmente chiusi, nuovi volumi o superfici.
Deve inoltre avere un impatto visivo ridotto e armonizzarsi con l’edificio. Nel caso esaminato, invece, la struttura occupava circa 93 metri quadrati, raggiungeva un’altezza di 2,20 metri ed era sorretta da tubolari in ferro fissati su piastre metalliche.
Presentava anche una copertura a falda inclinata dotata di pluviale. Le dimensioni, la stabilità e l’impatto sull’edificio la rendevano quindi un prolungamento stabile della costruzione principale. Non era un elemento leggero e facilmente removibile, ma una nuova costruzione, per la quale era necessario ottenere il permesso di costruire.
Cosa ci insegna questa storia
A prima vista può essere una storia come le altre. Una storia che parla di abusivismi più o meno inconsapevoli, di errori in buona fede o in cattiva fede, di sanzioni e conseguenze penali.
Proprio in virtù della sua ordinarietà e della sua emblematicità, il caso della pergotenda-tettoia ci impartisce almeno tre lezioni.
La prima: non è più tempo di abusivismi. Al netto della buona fede del soggetto coinvolto, che diamo per scontata, il rischio di essere sanzionati in caso di irregolarità è estremamente alto. Insomma, se si sbaglia, si viene sanzionati.
Seconda lezione: i confini tra il lecito e l’illecito sono ancora molto labili. Se si è dovuti giungere al terzo grado di giudizio per dirimere la questione, significa che il carattere “da tettoia vera e propria” della pergotenda non era così marcato. Insomma, la realtà è più sfumata di quanto si possa immaginare.
Terza lezione: forse, in alcuni casi, meglio fare meno che di più. Anche se si è convinti che l’opera si possa fare, è più saggio sostare nei confini di quello che, per certo e senza dubbi, rientra nel concetto di edilizia libera. Insomma, meglio non forzare la mano.


