
La Regione Lombardia ha stanziato 96 milioni nell’housing sociale. L’obiettivo? Ristrutturare immobili e metterli in affitto a prezzi calmierati al ceto medio. Ecco i dettagli: soggetti coinvolti, beneficiari, tempistiche.
L’housing sociale, secondo la Regione Lombardia
L’assessore alla casa della Regione Lombardia Paolo Franco ha presentato nella giornata dell’8 giugno 2026 un piano molto interessante e in grado, potenzialmente, di attenuare la crisi abitativa che in Lombardia sta mordendo più intensamente che mai.
La misura prevede lo stanziamento di ben 96 milioni per ristrutturare immobili attualmente nelle disponibilità di soggetti pubblici e privati. Questi immobili saranno poi destinati alla locazione verso le fasce che in questo momento appaiono scoperte: i ceti medi e medi-bassi, ovvero quelli esclusi da un lato dall’edilizia popolare e dall’altro dai prezzi di mercato estremamente alti.
La misura si basa sul principio dell’housing sociale, che reinterpreta l’intervento pubblico in senso non invasivo. Niente sussidi a pioggia e bonus, bensì azioni volte ad abbassare i prezzi in modo quanto più possibile naturale. In questo modo si agisce sulla crisi abitativa senza creare squilibri di mercato.
I dettagli del piano della Regione Lombardia
Come spiegato dall’assessore, il piano è finanziato con fondi Fesr e Fsc e punta alla ristrutturazione di 2.500 abitazioni da destinare ad affitti inferiori ai valori di mercato. I beneficiari finali sono lavoratori e famiglie con Isee compreso tra 14.000 e 40.000 euro, studenti e persone in condizione di fragilità.
Il pacchetto si articola in tre linee. La prima, da 48 milioni, riguarda imprese, cooperative e Comuni. La seconda, da 35 milioni, è riservata alle Aler. La terza, da 13 milioni, si rivolge agli enti che operano nel sociale, compresi gli enti religiosi, per rispondere anche a esigenze temporanee legate a studio, lavoro o percorsi di cura.
Sono ammessi interventi di riqualificazione degli alloggi; il cambio di destinazione d’uso è possibile solo se conforme alla normativa urbanistica vigente. Restano escluse demolizione integrale, ricostruzione dell’edificio e acquisizione di aree o immobili. Il contributo sarà a fondo perduto e varierà da 700 a 900 euro al metro quadro in base alla durata del vincolo, comunque pari o superiore a 20 anni.
Gli avvisi sono attesi entro fine giugno, le domande tra fine settembre e metà ottobre, le graduatorie tra fine novembre e metà dicembre. Il collaudo dei lavori dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2029. Insomma, tempi rapidi ma non rapidissimi.
Durante l’incontro di presentazione, l’assessore Paolo Franco ha commentato la misura rilevando che in Lombardia esiste una fascia sempre più ampia di cittadini che lavora, paga le tasse e contribuisce alla società, ma non riesce comunque a sostenere i costi dell’abitare. La Regione, secondo Franco, ha inteso rispondere con un piano strutturato, fondato su una visione di medio-lungo periodo e su un’alleanza tra istituzioni, operatori economici e Terzo settore.
Dove non arriva lo Stato, arrivano le Regioni?
Il Parlamento è attualmente impegnato negli emendamenti sul Piano Casa. Come abbiamo già rilevato, le proposte di cambiamento si susseguono in modo frenetico. In questo contesto mutevole e allo stesso tempo lento, non può che essere accolto con favore l’intervento delle singole Regioni.
Tanto più quando riesce ad abbinare equilibrio, efficacia e risorse economiche. A nostro parere, è il caso della misura presentata dall’assessore Franco.
Essa appare equilibrata, in quanto sostituisce ai sussidi un vero e proprio investimento nel settore immobiliare. Appare efficace, in quanto si traduce nella predisposizione di affitti calmierati a una fascia di popolazione attualmente scoperta. Nondimeno, appare ben finanziata, visti i 96 milioni messi in campo.
Gli effetti si vedranno tra qualche tempo, ma qualora risultassero positivi l’auspicio è che la misura possa essere replicata anche a livello nazionale, o almeno dalle altre Regioni.


