
Dagli Stati Uniti giunge un pessimo segnale. Si costruiscono più data center che case. L’onda lunga dell’IA arriverà anche da noi?
Il dato allarmante degli USA: Data center vs case
Che i data center siano uno dei business degli ultimi anni, almeno per le grandi aziende di componentistica informatica, impiantistica ed edilizia, non è un mistero. Si fa un gran parlare della spesa per i server della sempre più famelica intelligenza artificiale, soprattutto quando queste gigantesche costruzioni gravano su territori già duramente provati da problemi di approvvigionamento idrico.
Ma il progresso avanza, se così si può chiamare. Sicché dagli Stati Uniti giunge un segnale che è sia rivelatorio che allarmante: gli investimenti nella costruzione dei data center hanno superato quelli per l’edilizia residenziale. Insomma, più server per l’IA, meno case. Per inciso, il dato è stato diffuso da Adam Shapiro, vicepresidente della Fed. Ma guardiamolo nel dettaglio.
Cosa ha detto Shapiro
Shapiro, in realtà, ha parlato di un vero e proprio cambio di baricentro dell’economia statunitense. Il vicepresidente della Federal Reserve Bank di San Francisco ha osservato che, in termini reali, la spesa per tutti i dispositivi destinati all’elaborazione delle informazioni, una categoria comprende anche hardware informatico, oltre alle infrastrutture per i data center, ha superato gli investimenti residenziali.
Nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati del Bureau of Economic Analysis, questi ultimi si sono attestati a 748 miliardi di dollari, il 18% in meno rispetto al picco di inizio 2021. Nello stesso arco temporale, la spesa per apparecchiature di elaborazione delle informazioni è cresciuta del 51%, raggiungendo 752 miliardi.
Per Shapiro, il divario riflette anche la diversa sensibilità dei due comparti ai tassi di interesse. L’edilizia residenziale soffre in modo diretto l’aumento del costo del denaro: i mutui trentennali si collocano intorno al 7%, mentre i rendimenti dei Treasury sono saliti sensibilmente.
Gli investimenti legati all’intelligenza artificiale, invece, si sono mostrati finora molto meno sensibili ai tassi. Le grandi aziende tecnologiche continuano infatti a investire somme enormi in infrastrutture, anche ricorrendo sempre più al debito. È questo, secondo Shapiro, uno dei segnali più evidenti della portata del boom dell’IA.
Come si spiega questo dato e cosa significa
Il dato si spiega in almeno due modi. Primo, l’IA sta diventando sempre più centrale negli Stati Uniti. Di base, una porzione molto rilevante della crescita del PIL è dovuta, quest’anno, agli investimenti in intelligenza artificiale. Secondo, gli Stati Uniti faticano a risolvere la crisi abitativa. Le misure e gli incentivi messi in campo appaiono infatti insufficienti rispetto alla portata del problema. Da qui, l’amara constatazione delle condizioni cui sono sottoposte aziende edili e semplici cittadini con difficoltà di accesso al credito (che farebbe aumentare la domanda).
Rimane da chiedersi se il dato rischia di essere replicato anche in Italia o, più in generale, in Europa. Paradossalmente, quella che è una debolezza rischia di rivelarsi una forza. La debolezza è lo stato di assoggettamento in cui il Vecchio Continente versa in termini di investimenti in AI. Sostanzialmente, stiamo subendo gli eventi piuttosto che cavalcarli.
Questo da un lato rischia di sviluppare dipendenza tecnologica (di per sé pericolosissima) ma, dall’altro, disincentiva gli investimenti in data center. Una conseguenza positiva, se si considera l’impatto sui territori.


