
Il Piano Sociale per il Clima destina 3,3 miliardi all’edilizia, con interventi per case popolari in classe F e G, immobili delle microimprese vulnerabili ed elettrificazione domestica. Per la riqualificazione dell’edilizia pubblica il contributo può arrivare al 65%.
Dei 9,3 miliardi di euro complessivamente previsti dal Piano Sociale per il Clima approvato il 4 agosto dal Consiglio dei Ministri, circa 3,3 miliardi sono destinati all’edilizia. Poco più di un terzo delle risorse, quindi, con un obiettivo preciso: intervenire sul patrimonio immobiliare più inefficiente e sui soggetti maggiormente esposti all’aumento dei costi energetici.
Il Piano guarda in particolare alla riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica in classe energetica F e G, scegliendo quindi di concentrare gli investimenti sugli edifici esistenti anziché sul nuovo consumo di suolo.
Accanto alle case popolari compare un secondo gruppo di beneficiari: le microimprese vulnerabili, per le quali sono previsti interventi sugli immobili finalizzati a ridurre consumi ed esposizione al caro energia.
Non siamo quindi davanti a un nuovo bonus ristrutturazione aperto indistintamente a tutti i proprietari di casa. Le risorse hanno una destinazione sociale precisa e il Piano Sociale per il Clima, inoltre, deve ancora passare attraverso il negoziato con la Commissione europea prima dell’approvazione definitiva.
Il programma complessivo riguarda il periodo 2026-2032 ed è finanziato con 7 miliardi provenienti dal Fondo Sociale per il Clima e 2,3 miliardi di cofinanziamento nazionale.
Contributo fino al 65%: chi paga il resto?
Il punto più interessante per il comparto edilizio riguarda la percentuale di copertura degli interventi. Per la ristrutturazione energetica dell’edilizia pubblica, il contributo pubblico può arrivare al 65% del costo. Una quota significativa, ma che lascia scoperto fino al 35% della spesa.
Ed è proprio qui che emerge una delle criticità del Piano Sociale per il Clima. Molti enti e amministrazioni proprietari degli immobili potrebbero non disporre delle risorse necessarie per finanziare autonomamente la parte restante.
Il rischio è quindi che anche un contributo elevato non sia sufficiente a far partire tutti gli interventi potenzialmente finanziabili. Una possibile soluzione indicata dal Piano passa attraverso il coinvolgimento delle ESCO, società specializzate nei servizi energetici, che potrebbero consentire di arrivare alla copertura del 100% dell’investimento anche attraverso finanziamenti bancari assistiti dalle garanzie SACE.
Ma non si tratterebbe di denaro gratuito: i finanziamenti dovrebbero comunque essere rimborsati, contando anche sui risparmi energetici prodotti dagli interventi.
La componente edilizia del Piano Sociale per il Clima non si limita agli interventi sull’involucro degli edifici. Il Piano prevede infatti anche un sostegno all’elettrificazione dei consumi domestici, con una misura particolarmente concreta: contributi per aumentare la potenza disponibile dei contatori.
Il motivo è semplice. Il passaggio dal gas all’elettricità può richiedere maggiore potenza soprattutto nelle abitazioni dove vengono installate pompe di calore per il riscaldamento e sistemi di cottura a induzione.
L’aumento della potenza del contatore diventa quindi parte della strategia di riqualificazione energetica, perché permette alle abitazioni di sostenere nuovi carichi elettrici senza limitarsi alla sola sostituzione degli impianti.
Per il momento, però, chi possiede una normale abitazione privata non ha davanti un nuovo incentivo al 65% da richiedere. Le priorità indicate sono edilizia residenziale pubblica, microimprese vulnerabili ed elettrificazione, mentre modalità operative, requisiti di accesso e applicazione concreta delle misure dipenderanno dagli sviluppi successivi del Piano.
I soldi sono stati programmati. Adesso la parte decisiva sarà capire quanti edifici riusciranno davvero a trasformarli in lavori.


