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A ridosso della scadenza europea del 29 maggio, il dibattito sulla Direttiva case green continua a ruotare attorno a una contraddizione evidente: i costi si vedono, ma la strategia no. E mentre la riqualificazione energetica resta un punto interrogativo, il Piano Casa del Governo non centra la risposta.
La scadenza per la Direttiva case green si avvicina, ma…
Mancano poche settimane a una delle scadenze europee più discusse degli ultimi anni. Il 29 maggio 2026 scade il termine per il recepimento della Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia, la cosiddetta direttiva Case Green. In Italia però la situazione è ancora nebulosa e il ritardo nel recepimento potrebbe avere costi aggiuntivi.
Nel frattempo, infatti, resta aperta una doppia procedura d’infrazione verso il nostro Paese da parte dell’Unione Europea: una sul divieto di incentivi alle caldaie fossili e una sulla mancata trasmissione del Piano Nazionale di Ristrutturazione.
Se guardiamo questo fatto accanto ai numeri del patrimonio immobiliare italiano, c’è poco da stare allegri. Secondo i dati ENEA, circa il 70% degli edifici residenziali si colloca ancora nelle classi energetiche più basse, E, F o G, ovvero quelle più energivore. Intanto, il dibattito continua a oscillare tra annunci, paure e slogan, mentre il vero punto resta ancora aperto.
Case green: sono davvero sostenibili?
È qui che entra in gioco il tema più sensibile di tutti: il costo. Non tanto in astratto, ma nel suo impatto diretto sulle famiglie. Non a caso, anche dal mondo della sostenibilità edilizia arriva un messaggio molto netto: la casa green non può essere costruita a totale scapito del portafoglio degli italiani.
Perché la transizione energetica dell’abitare, se resta senza un piano credibile e senza strumenti adeguati, rischia di trasformarsi in una richiesta pesantissima rivolta ai proprietari, ai piccoli condomìni e alle famiglie con immobili datati.
Se non si chiarisce presto quali edifici saranno coinvolti prima, con quali incentivi, con quali tempi e con quali priorità sociali, la direttiva finirà per essere percepita non come una strategia, ma come una minaccia economica. È anche per questo che la scadenza del 29 maggio per la Direttiva Case Green pesa così tanto. Non perché quel giorno scatterà automaticamente un cantiere in ogni appartamento, ma perché da lì in poi non sarà più possibile continuare a rimandare la domanda più scomoda: chi finanzia davvero il salto energetico delle case italiane?
Il Piano Casa risponde davvero alla sfida energetica?
La polemica si allarga ancora di più se si guarda al contesto interno. Nelle critiche al Piano Casa del governo Meloni, il punto che emerge con più forza è proprio questo: si parla di edilizia, ma senza mettere davvero al centro la rigenerazione urbana, le case popolari e il canone calmierato. E se questi pezzi restano fuori, la transizione rischia di perdere proprio la sua parte più sociale.
Se non si parte dai territori fragili, dalle periferie, dall’edilizia popolare e dagli immobili peggiori, il rischio è costruire una transizione che funziona soltanto sulla carta o solo per chi può permettersela.
Il risultato è una sensazione difficile da ignorare: il 29 maggio si avvicina, il costo della Direttiva case green è già al centro delle preoccupazioni, ma la risposta pubblica resta ancora incompleta. E il rischio è sempre lo stesso: che la sostenibilità diventi un obiettivo giusto raccontato nel modo sbagliato, cioè come un conto da presentare a chi una casa la possiede già, senza dire con abbastanza chiarezza come accompagnarlo davvero.


