
La domanda di canapa per l’edilizia cresce, ma la filiera italiana non riesce a seguirla. Secondo Federcanapa, tra i fattori che frenano gli agricoltori c’è anche il Decreto Sicurezza del 2025 sulle infiorescenze. Ma il problema è più profondo.
L’edilizia italiana chiede più canapulo alla Francia
La canapa non è più soltanto un materiale innovativo per qualche casa sperimentale. Nel settore delle costruzioni il canapulo, cioè la parte interna del fusto, viene utilizzato con la calce per produrre blocchi, pannelli isolanti, cappotti e intonaci termici.
Il motivo dell’interesse è soprattutto tecnico e ambientale: è un materiale poroso, capace di contribuire all’isolamento termico e alla regolazione dell’umidità. A Venezia, per esempio, intonaci a base di canapa e calce sono stati sperimentati anche su pareti esposte all’acqua alta, sfruttando la capacità del materiale di lasciare spazio alla cristallizzazione dei sali.
Così la domanda cresce. Tecnocanapa, azienda di Montichiari specializzata nella bioedilizia, dichiara un aumento del fatturato di circa il 40% all’anno dal 2021. E la clientela non è più composta soltanto da privati sensibili ai temi ambientali: oggi comprende anche condomini, alberghi, ospedali, università e asili.
Ed è qui che emerge il paradosso. Mentre cresce l’interesse per ristrutturare una casa in bioedilizia, o un altro tipo di immobile, l’Italia produce troppo poco canapulo per alimentare la propria industria. Nel 2018 la superficie coltivata superava i 1.500 ettari.
Oggi, secondo i dati riportati dagli operatori, si è scesi a circa 500 ettari. Il risultato è che buona parte della materia prima utilizzata dalle aziende italiane arriva dall’estero, soprattutto dalla Francia.
Il Decreto Sicurezza ha davvero frenato la canapa italiana?
Il Decreto Sicurezza non ha vietato la canapa destinata all’edilizia. Il problema indicato da Federcanapa riguarda invece le regole sulle infiorescenze introdotte nel 2025. Durante raccolta e stoccaggio, infatti, sulla pianta possono essere ancora presenti fiori.
Secondo Beppe Croce, presidente dell’associazione, il rischio percepito di controlli, sequestri o sanzioni può quindi indurre alcuni agricoltori a rinunciare alla coltivazione del canapulo prima ancora di cominciare. È dunque uno dei fattori, non l’unica spiegazione.
Ed è proprio qui che la situazione diventa paradossale: una pianta richiesta da un settore che punta su materiali naturali e isolanti di origine vegetali rischia di diventare meno interessante per chi dovrebbe coltivarla, mentre le aziende italiane continuano a comprare materia prima francese.
Il vero collo di bottiglia è industriale
Una volta raccolta, la canapa non può finire direttamente in un muro. Il fusto deve essere lavorato per separare il canapulo dalla fibra esterna e ottenere un prodotto con caratteristiche precise: poca polvere e terra, granulometria uniforme e un’umidità non superiore al 18%.
Ed è proprio qui che la filiera italiana quasi si interrompe. Negli ultimi vent’anni ci sono stati almeno cinque tentativi di avviare impianti di prima trasformazione, ma nessuno è riuscito a consolidarsi.
Alcuni hanno avuto problemi tecnologici, altri erano stati progettati su una scala troppo grande rispetto alla domanda disponibile in quel momento. Oggi risulta – secondo Il Post – un solo impianto attivo, quello di WLHemp a Vedole di Colorno, in provincia di Parma, capace di lavorare una produzione equivalente a circa 200 ettari: soltanto una parte del fabbisogno nazionale.
La Francia, invece, ha costruito una filiera più efficiente, con impianti vicini alle aree di coltivazione e costi di trasporto più bassi. Il risultato è quasi surreale: la bioedilizia italiana vuole più canapa, ma continua a importarne gran parte dall’estero mentre la filiera nazionale resta frenata da carenze industriali e anche dall’incertezza normativa.


