
Mentre si parla di riaprire il condono del 2003 (governo Berlusconi), a Firenze una falegnameria storica rischia di chiudere. E un grande progetto immobiliare solleva interrogativi ancora più scomodi sulla trasparenza dei controlli.
Condono edilizio: a volte (spesso) ritorna
Il condono edilizio torna al centro della politica italiana. Secondo le indiscrezioni confermate da fonti di maggioranza, Fratelli d’Italia starebbe lavorando a un emendamento alla legge di bilancio per riaprire i termini della sanatoria del 2003, soprattutto in Campania.
Il dibattito è già acceso. Edmondo Cirielli aveva definito questa possibilità un «atto di giustizia» per i cittadini campani esclusi dalla precedente sanatoria. Di tutt’altro avviso Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, che accusa la proposta di strizzare l’occhio all’illegalità.
Due posizioni contrapposte, mentre una domanda resta aperta: perché si discute di riaprire vecchi condoni quando alcune pratiche attendono risposte da quarant’anni? A Firenze c’è una storia che rende il paradosso particolarmente evidente.
La bottega storica che ora rischia di chiudere
Nel quartiere di San Frediano, a Firenze, la famiglia Borgheresi gestisce una falegnameria e laboratorio di restauro aperti nel 1929. Nel 1986 presenta una domanda di condono ai sensi della legge del 1985, per alcune opere realizzate negli anni Sessanta: un laboratorio, una pensilina e una tettoia utilizzata per riparare il legname.
Nel 2003 arriva un parere favorevole della Commissione edilizia integrata comunale. La pratica passa però alla Soprintendenza, che richiede ulteriori documenti. La risposta negativa sulle tre strutture arriva soltanto nel 2021. Il Comune nega parzialmente il condono e dispone la demolizione. Nell’agosto 2026 il TAR Toscana respinge il ricorso dei proprietari.
Ma c’è un particolare difficile da ignorare: nel 2019 lo stesso Comune aveva premiato la bottega per la sua storicità, celebrandola nel Salone dei Cinquecento. Una mano riconosce il valore dell’attività artigiana, l’altra impone la rimozione di spazi che, secondo i titolari, sono indispensabili per continuare a lavorare.
La famiglia ha annunciato un appello al Consiglio di Stato. La chiusura non è quindi un fatto già avvenuto, ma un rischio concreto denunciato dai proprietari.
Quarant’anni di attesa: perché la Soprintendenza ha detto no?
Secondo la sentenza del TAR Toscana n. 1707/2026, laboratorio, pensilina e tettoia sono incompatibili con la tutela paesaggistica dell’area. La Soprintendenza li considera strutture che alterano gli spazi aperti del tessuto storico attraverso materiali non coerenti con il contesto.
Il precedente parere favorevole comunale non era sufficiente a superare il necessario controllo paesaggistico. Il diniego ha quindi motivazioni giuridiche precise. Ma questo non cancella l’altro problema: quanto è ragionevole aspettare decenni per conoscere il destino di un’attività?
Non è neppure un episodio isolato. Su edilnet.blog.news abbiamo già raccontato un condono edilizio rimasto in sospeso dal 1986, sul quale era intervenuto il TAR del Lazio. E a Firenze il confronto diventa ancora più delicato quando si guarda a un altro intervento edilizio.
E sul Cubo Nero di Firenze? Un caso nazionale
Il cosiddetto Cubo Nero, complesso immobiliare di lusso realizzato nell’area dell’ex Teatro Comunale, è al centro di un’inchiesta della Procura di Firenze. Secondo gli aggiornamenti di ottobre 2026, risultano 15 indagati, tra professionisti, dirigenti e funzionari pubblici, compreso l’ex soprintendente Andrea Pessina.
Gli investigatori stanno esaminando autorizzazioni, volumi, altezze e documentazione progettuale. Le responsabilità penali restano tutte da accertare. Ma il nodo più polemico riguarda proprio le carte.
Il consigliere comunale Massimo Sabatini ha denunciato di aver ricevuto alcuni documenti soltanto dopo due solleciti. Ha inoltre contestato il mancato richiamo, nel provvedimento conclusivo del Comune, a una nota della Soprintendenza relativa alle verifiche paesaggistiche.
Sono contestazioni documentate attraverso atti e dichiarazioni pubbliche, non prove definitive di occultamento. Eppure, il contrasto colpisce: per una bottega storica il controllo paesaggistico porta a un ordine di demolizione; mentre, per un grande investimento immobiliare si discute ancora di come siano stati effettuati i controlli.
Le regole edilizie sono davvero uguali per tutti?
Le due vicende sono giuridicamente diverse e non dimostrano, da sole, un trattamento di favore per qualcuno. Ma raccontano un problema comune: la certezza delle regole e la trasparenza delle decisioni pubbliche.
Mentre la politica valuta di riaprire il condono edilizio, un artigiano attende ancora di conoscere il destino definitivo dei propri spazi di lavoro. E su un intervento immobiliare di lusso la magistratura cerca risposte nelle autorizzazioni.
Il vero interrogativo non è soltanto chi possa ottenere una sanatoria. È perché, davanti alle stesse esigenze di tutela del territorio, i cittadini debbano convivere con tempi e controlli tanto difficili da comprendere.


