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Il nuovo DDL con la riforma edilizia sposta il rischio dall’amministrazione al privato. Se il Comune non trova i documenti, a farsi garante penale della “verità” storica dell’immobile è il tecnico. Un corto circuito che mette a rischio i professionisti. Tutti i dettagli della protesta di Inarcassa.
Il professionista come scudo della PA
La normativa edilizia italiana sta affrontando una metamorfosi profonda, mirata a superare il Testo Unico del 2001. Tuttavia, questo percorso di riforma ha innescato una tensione senza precedenti tra le istituzioni e le categorie professionali, portando alla luce un conflitto di visioni che colpisce direttamente il lavoro di architetti, ingegneri e geometri.
Il cuore dello scontro è netto: da un lato, una proposta parlamentare che tenta di valorizzare le competenze tecniche attraverso sistemi di garanzia assicurativa; dall’altro, il disegno di legge delega del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT). Quest’ultimo introduce una stretta che trasforma il tecnico in un garante retroattivo della storia amministrativa di ogni immobile.
Fondazione Inarcassa ha espresso una posizione di netta chiusura, denunciando una manovra che altera l’equilibrio tra i doveri del privato e le funzioni pubbliche. Non è più solo una questione di competenze: assistiamo a un ampliamento sproporzionato della responsabilità, che scivola con decisione dal piano civile a quello penale. Il professionista diventa il “parafulmine” di un sistema che non riesce a garantire la propria efficienza.
Inarcassa alza il muro: «In gioco la libertà personale»
Il nodo più critico risiede nell’attestazione dello Stato Legittimo. La riforma impone al tecnico di certificare la piena conformità dell’edificio legandolo a tutti i titoli abilitativi rilasciati nel tempo. Tuttavia, questa richiesta si scontra con una realtà amministrativa drammaticamente arretrata. La PA sconta ritardi cronici nella digitalizzazione e nella gestione degli archivi storici, rendendo la consultazione dei documenti cartacei un’impresa spesso vana.
Secondo il presidente di Fondazione Inarcassa, Andrea De Maio, è irrealistico pretendere che il singolo tecnico supplisca alle mancanze dello Stato. Il deficit di digitalizzazione degli enti pubblici viene sanato attraverso la firma e il rischio personale del professionista. Le critiche si concentrano su punti di rottura precisi:
- Inefficienze strutturali: il tecnico è obbligato a garantire la completezza di atti prodotti da terzi (spesso colleghi non più in attività) decenni fa, agendo in un vuoto informativo.
- Accessibilità negata: la gestione documentale farraginosa della PA rende impossibile una verifica certa, eppure l’onere della prova e la relativa colpa ricadono interamente sul professionista.
- Snaturamento della professione: il progettista cessa di essere una figura creativa e tecnica per diventare un investigatore amministrativo in un contesto di incertezza documentale cronica.
Per Inarcassa, non è accettabile che il costo della mancata modernizzazione degli uffici pubblici venga pagato dai tecnici in termini di incolumità legale.
Da progettista a garante di tutto: la trappola del penale
L’aspetto che genera maggiore inquietudine è il richiamo esplicito al DPR 445/2000. Collegare l’asseverazione dello Stato Legittimo a questo decreto significa trascinare la responsabilità tecnica direttamente sotto la scure del Codice penale, configurando il reato di falso ideologico.
La giurisprudenza della Cassazione è già granitica: l’asseverazione ha natura di certificato e ogni inesattezza viene punita come un reato istantaneo. Questo significa che il reato si consuma al momento della firma, a prescindere dal fatto che l’opera venga realizzata o che l’eventuale vizio venga sanato in seguito.
A complicare il quadro interviene il paradosso della doppia conformità sismica. Il tecnico deve certificare che un intervento rispetti gli standard sia dell’epoca di costruzione che di quelli odierni, molto più rigorosi. Garantire oggi la sicurezza strutturale di edifici nati quando la sensibilità al rischio sismico era radicalmente diversa, senza aver avuto alcuna supervisione durante il cantiere originario, è un onere che molti non sono più disposti ad assumersi.
La richiesta delle categorie è perentoria: è indispensabile istituire il fascicolo del fabbricato e un catasto digitale evoluto. Solo una “carta d’identità” digitale dell’edificio, validata alla fonte dagli enti titolari dei dati, può liberare i professionisti da oneri impropri. Senza queste infrastrutture, la riforma sostiene Inarcassa non sarà un progresso, ma un trasferimento di rischi ingiustificato che mette a repentaglio la libertà personale di chi lavora.


