
Crisi abitativa: l’Unione Europea fa sul serio… Forse. Oggi parliamo del Piano Europeo per l’Affordable Housing. Cercheremo di capire se ha le carte in regola per risolvere un problema così grave come quello abitativo.
La crisi abitativa in giro per l’Europa
Si sa, ogni Paese tende a occuparsi del suo giardino. Da qui, la tendenza a trascurare un fatto: alcuni problemi non sono nazionali, ma europei. Ovvero, coinvolgono – per giunta con dinamiche simili – l’Europa nel suo complesso. Un esempio emblematico è proprio la crisi abitativa.
Il contesto italiano è dominato dai dibattiti sugli affitti a Milano, Roma, Torino; sulle difficoltà delle nostre coppie a mettere su casa; sulla diffusione degli affitti brevi delle nostre città. Non ci si rende conto che il problema riguarda anche gli altri Paesi europei, le loro capitali e le loro province.
Paradossalmente, la diffusione del problema è un vantaggio. Giustifica infatti l’adozione di strumenti a livello comunitario. Strumenti in grado di mobilitare risorse ingenti, di ispirare soluzioni potenzialmente definitive.
È il caso del Piano Europeo per l’Affordable Housing? La speranza è che lo sia. Vale la pena ragionarci su. Prima, però, vediamo di cosa si tratta nel dettaglio.
Il Piano Europeo per l’Affordable Housing
Presentato dalla Commissione europea nel dicembre 2025, il Piano Europeo per l’Affordable Housing è il primo tentativo di affrontare la questione abitativa attraverso una strategia organica a livello comunitario. Non sostituisce le politiche nazionali, regionali e comunali, ma cerca di coordinarle e sostenerle attraverso strumenti finanziari, normativi e di cooperazione. La strategia si sviluppa attorno a quattro pilastri.
Il primo consiste nell’aumentare l’offerta abitativa. Ciò significa costruire di più, recuperare gli immobili esistenti, semplificare autorizzazioni e procedure e rendere il settore delle costruzioni più produttivo grazie anche a digitalizzazione, nuovi materiali e tecniche come la costruzione modulare.
Il secondo pilastro riguarda gli investimenti. Viene istituita la Pan-European Investment Platform, che dovrà mettere in comunicazione autorità pubbliche, istituzioni finanziarie e investitori privati, facilitando l’accesso ai finanziamenti e la creazione di modelli capaci di mobilitare maggiori risorse verso l’housing sociale e accessibile.
Il terzo punta ad agire sulle distorsioni del mercato e contemporaneamente favorire le riforme: affitti brevi nelle zone sottoposte a maggiore pressione abitativa, fenomeni speculativi, procedure amministrative e utilizzo degli immobili vuoti rientrano in questo campo d’intervento.
Il quarto, infine, riguarda chi soffre maggiormente la crisi: giovani, studenti, famiglie vulnerabili e persone senza dimora. Sono previsti strumenti per aumentare gli alloggi destinati agli studenti, facilitare l’accesso alle locazioni e contrastare esclusione abitativa e povertà energetica.
Il Piano Europeo per l’Affordable Housing funzionerà?
È presto per dirlo e d’altro canto nessuno ha la palla di vetro. Tuttavia, si può ragionare sui punti che convincono e quelli che convincono di meno, sulle dinamiche socioeconomiche che potrebbero favorire la riuscita del piano e su quelle che potrebbero ostacolarlo.
Per esempio, promette bene la Pan-European Investment Platform. La mobilitazione di capitali misti pubblici-privati è una trovata interessante per coniugare la forza finanziaria del settore privato con le esigenze di controllo pubblico. D’altronde, l’Unione Europea ha dimostrato storicamente una certa efficacia in campo economico (a discapito dell’ambito sociopolitico). Insomma, è un’entità più economica che politica.
Di contro, alcuni strumenti appaiono poco definitivi. In alcuni casi, la definizione è rimandata a data da destinarsi. È il caso di alcune iniziative mirate ad aumentare l’offerta abitativa, come il Construction Services Act e l’Housing Simplification Package.
Il primo, previsto per il quarto trimestre del 2026, dovrebbe facilitare la prestazione transfrontaliera dei servizi di costruzione, senza ridurre gli standard sociali e del lavoro. Il secondo, previsto per il 2027, dovrebbe invece ridurre costi, ritardi e oneri amministrativi che ostacolano costruzioni e ristrutturazioni. Tuttavia, sono ancora di là da venire, sono stati annunciati ma per ora rimangono sulla carta.
Si segnala poi una possibile difficoltà di tipo strutturale, che non riguarda nello specifico il Piano ma il modo in cui funziona l’UE e le sue caratteristiche intrinseche. L’Unione Europea è un mosaico di Paesi con interessi diversi e spesso in contrapposizione. Mettere d’accordo “teste” così diverse è sempre un’impresa.
Ciò si vede non tanto al momento di tracciare una traiettoria (come è stato fatto con il Piano) quanto al momento di declinarla nella realtà. È lì che emerge la disomogeneità, è lì che prospera l’immobilismo.


