
Scopri il contenuto di questa pagina in breve
I tempi biblici della burocrazia in Italia sono tristemente noti e non fa quasi notizia il ricorso al Tar del Lazio di un cittadino in attesa di una risposta per un condono edilizio da poco meno di quarant’anni. Ecco cosa hanno deciso i giudici e cosa può cambiare in meglio (si spera).
Un’attesa lunga quasi 40 anni: il caso di Roma
Quasi 40 anni, 39 per l’esattezza: un condono edilizio richiesto nel lontano 1986 e un silenzio assordante da parte dell’amministrazione. Solo nel 2024, stanco di aspettare, il proprietario decide di rivolgersi al TAR del Lazio per costringere il Comune di Roma Capitale e la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio a pronunciarsi sulla sua istanza.
La vicenda, riportata nella sentenza n. 3373/2025, mette in luce un problema annoso: i ritardi infiniti della burocrazia. Nel corso degli anni, il ricorrente ha integrato la documentazione (l’ultima volta nel 2018), ma non ha mai ricevuto una risposta chiara. I fatti in oggetto sono relativi a titolo edilizio e vincolo paesaggistico, con richiesta di condono per abuso edilizio. E mettono in luce l’annosa questione della documentazione per ristrutturare o per comprare casa che spesso porta a ‘grane’ più o meno consapevoli.
Secondo i dati raccolti da associazioni di categoria, in Italia sarebbero ancora pendenti migliaia di pratiche di condono edilizio, alcune delle quali risalgono agli anni ‘80. I ritardi non solo ostacolano i cittadini, ma bloccano anche possibili interventi di riqualificazione edilizia o urbana.
La giustificazione più frequente? L’attesa del parere della Soprintendenza, considerata “interlocutoria”. Per il Tar, questa scusa non regge: la pubblica amministrazione non può rimanere inerte di fronte a una richiesta per un periodo di tempo tanto irragionevole.
Quant tempo si può aspettare per un condono edilizio? La risposta del TAR
I giudici amministrativi hanno ricordato un principio fondamentale: la pubblica amministrazione ha il dovere di concludere i procedimenti in tempi ragionevoli. Lo stabilisce l’articolo 2 della legge 241/1990, che tutela i cittadini dall’incertezza e dai ritardi ingiustificati.
La legge prevede, infatti, che i procedimenti amministrativi debbano avere tempi certi, generalmente compresi tra i 30 e i 180 giorni, salvo particolari deroghe. Tuttavia, nella realtà, numerose pratiche si incagliano in iter burocratici interminabili, senza che i cittadini possano ottenere risposte concrete.
Il TAR del Lazio ha quindi ribadito che chi presenta un’istanza di condono ha il diritto di ricevere una risposta, senza rimanere ostaggio dell’immobilismo burocratico. La decisione evidenzia come, nonostante il parere della Soprintendenza sia un passaggio necessario, il Comune non può trincerarsi dietro a questa attesa per giustificare decenni di inerzia.
Cambia davvero qualcosa per i cittadini?
In molti casi, i Comuni non rispettano i tempi previsti dalla legge, lasciando i cittadini in un limbo legale, che comporta un danno economico. Ora, questa sentenza su un condono edilizio stabilisce alcuni principi importanti:
- I Comuni hanno l’obbligo di agire in tempi ragionevoli.
- I cittadini possono fare ricorso se la pubblica amministrazione non risponde.
- Il parere della Soprintendenza non è un alibi per rimandare all’infinito.
- Il Tar potrebbe imporre sanzioni e risarcimenti ai Comuni che non rispettano le tempistiche.
Tale decisione innescherà davvero un effetto domino positivo su altre pratiche catastali e comunali in ritardo? La domanda resta aperta: la macchina burocratica italiana è un ‘mostro’ complesso da contrastare e una sentenza potrebbe non bastare. Forse sarà necessario attende una riforma più incisiva. Se mai arriverà…