10 Settembre 2026
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Ecco la bozza di Affordable Housing Act presentata dalla Commissione Europea.

Da Bruxelles è giunta la prima bozza ufficiale dell’Affordable Housing Act, il regolamento che dovrà “suggerire” agli Stati membri misure e contromisure per affrontare la crisi abitativa. Nuove limitazioni in arrivo per chi vuole guadagnare con gli affitti brevi?

 

Affordable Housing Act: un rimedio che potrebbe essere peggiore del male?

 

L’Affordable Housing Act è la direttiva con cui l’Unione Europea intende “suggerire” agli Stati membri le iniziative per risolvere o almeno mitigare la crisi abitativa. Una crisi che attanaglia quasi tutta l’Europa, e che si manifesta con prezzi delle case e delle locazioni sempre più elevati, difficoltà per le persone comuni di trovare un alloggio, in alcuni casi carenza di alloggi rispetto alla domanda. Una vera e propria bomba sociale pronta a esplodere.

 

Attualmente, ciascuno Stato membro, con le poche risorse che si ritrova (ci sono i vincoli di bilancio da rispettare) sta cercando di risolvere il problema per conto suo. Ragione per cui, si segnalano tentativi disomogenei, in grado di creare qualche squilibrio non solo sul piano sociale, ma anche su quello fiscale.

 

Per questo motivo, l’Unione Europea intende intervenire con un documento ufficiale. Un documento che è sia un supporto, una sorta di “Bignami” delle soluzioni da adottare, sia un regolamento stringente e vincolante.

 

Sia chiaro, questo regolamento ancora non è in vigore. Anzi, non esiste nella sua forma definitiva. Oggi, 9 settembre, è stata presentata una bozza, una proposta.

 

Già alcuni temono per una riduzione della libertà economica. Il riferimento è al capro espiatorio di questi mesi: i proprietari di casa che guadagnano con gli affitti brevi, accusati di ridurre il numero di alloggi disponibili per chi ne ha davvero bisogno e di causare un generalizzato aumento dei prezzi.

 

Ma vediamo insieme cosa bolle in pentola.

 

I contenuti della bozza

 

Il cuore della proposta è la possibilità di individuare con criteri comuni le cosiddette aree in “stress abitativo”. Si parla di territori nei quali il rapporto tra prezzo delle abitazioni e reddito disponibile raggiunge determinate soglie e nei quali la situazione rischia di protrarsi, considerando anche andamento demografico, domanda e offerta di case.

 

Una volta riconosciuto lo stato di stress, le autorità nazionali o locali avrebbero maggiore spazio per intervenire. Tra le misure contemplate figurano proprio le restrizioni all’accesso o alla fornitura di servizi di locazione breve negli immobili residenziali e, in determinate circostanze, limitazioni riguardanti l’acquisto o l’utilizzo di immobili e terreni non destinati ad abitazione principale.

 

Non si tratta, però, di un limite unico imposto da Bruxelles. La proposta non stabilisce, per esempio, un numero massimo di giorni di affitto valido in tutta Europa. Le autorità potrebbero ricorrere a strumenti come limiti quantitativi o salvaguardie per le attività già esistenti, ma le misure dovrebbero essere giustificate, proporzionate, non discriminatorie e circoscritte alle zone realmente interessate dal problema.

 

Inoltre, l’intervento sugli affitti brevi sopracitato dovrebbe poggiare su dati concreti che ne dimostrino un impatto significativo sulla disponibilità o sull’accessibilità economica delle abitazioni. Quindi no, nemmeno la bozza propone una stretta sugli affitti brevi tout court.

 

Altre misure importanti, tra quelle suggerite, riguardano l’ambito edilizio. Si parla di investimenti, anche a deficit, di nuove costruzioni, incentivi al recupero di immobili vecchi, edilizia sociale e accessibile per il ceto medio (ovvero per chi non è abbastanza “povero” da accedere all’edilizia pubblica).

 

Cosa succede adesso?

 

La storia è ancora da scrivere. Come anticipato, l’Affordable Housing Act esiste solo nella forma di bozza. Come da procedura standard, la bozza deve passare al vaglio degli organi legislativi dell’UE: il Parlamento Europeo e il Consiglio UE. Facile immaginare che, lungo questi passaggi, subisca pesanti modifiche ed emendamenti di vario genere.

 

Al netto di ciò, già la bozza, da sola, stimola qualche riflessione. Per esempio, risulta apprezzabile il riferimento alle soluzioni a lungo termine, come gli investimenti sulle nuove costruzioni e il recupero degli immobili vecchi. Interessante anche il concetto di edilizia sociale e accessibile, anche perché capace di parlare al ceto medio, che in questo ambito viene spesso trascurato.

 

Di contro, preoccupa un po’ la volontà di fornire criteri standard per definire una zona in stato di “stress abitativo”. Non tanto perché l’idea in sé sia malvagia, ma quanto perché la definizione di criteri validi in tutti i Paesi ha dimostrato, in passato, di creare squilibri. Proporre lo stesso paio di scarpe a piedi diversi, ovvero un sistema di misurazione unico per contesti estremamente diversi tra di loro, potrebbe fare più male che bene.

 

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