
Gli affitti brevi sono visti sempre meno di buon occhio dal legislatore. Ad affondare il coltello, in questo caso, non sono il Parlamento o il Governo, ma le amministrazioni locali. Ecco cosa sta succedendo.
La stretta fiscale sugli affitti brevi
C’è chi li ama e c’è chi li odia. Li ama chi dispone di più immobili, magari in zone turistiche, e intravede in questa formula una lauta occasione di guadagno. Li odia chi vive sulla sua pelle la crisi abitativa, chi riconosce in loro la causa principale dell’aumento degli affitti.
In un certo senso, a provare avversione verso gli affitti brevi è anche il legislatore. Nella migliore delle ipotesi li vede come un problema da gestire, nella peggiore delle ipotesi come il principale ostacolo alla risoluzione del problema degli alloggi.
E allora giù con le tasse. Una prima stretta è entrata in vigore nel 2024, quando la cedolare secca è salita dal 21 al 26% per gli immobili successivi al primo destinati alle locazioni brevi, lasciando l’aliquota ridotta soltanto su un’abitazione scelta direttamente dal proprietario interessato.
All’orizzonte si profila una nuova stretta. Essa, però, non proviene dal legislatore nazionale, ma dalle amministrazioni locali. In buona sostanza, sono i Comuni a progettare misure che disincentivano gli affitti brevi.
Le misure dei singoli Comuni
Iniziamo con Genova, che ha approvato una revisione dell’imposta di soggiorno che distingue gli appartamenti destinati alle locazioni turistiche dalle altre strutture extralberghiere. Per gli appartamenti ammobiliati a uso turistico il contributo salirà da 3 a 5 euro per notte; per bed and breakfast, affittacamere e case vacanza passerà invece da 3 a 4 euro.
Milano aveva già equiparato gli affitti brevi agli alberghi di fascia più alta ai fini dell’imposta di soggiorno, mentre Roma ha progressivamente aumentato lo stesso tributo.
Sul fronte della TARI, diversi Comuni stanno classificando gli immobili utilizzati per le locazioni turistiche come utenze non domestiche, con tariffe superiori a quelle applicate alle normali abitazioni.
A Bologna, affittacamere e bed and breakfast sono assimilati agli alberghi senza ristorante. A Napoli, agli immobili impiegati anche temporaneamente per gli affitti brevi viene applicata la tariffa prevista per una famiglia di sei componenti. Misure analoghe sono presenti anche a Salerno e Rimini.
Firenze sta invece valutando una TARI più alta per chi gestisce oltre quattro appartamenti destinati alle locazioni turistiche. Gli uffici comunali stanno verificando la fattibilità tecnica e giuridica dell’intervento. La città ha inoltre esteso oltre il centro storico tutelato dall’Unesco il divieto di avviare nuove locazioni turistiche brevi sul territorio comunale.
Un difficile equilibrio
Limitare gli affitti brevi in una prospettiva di mitigazione della crisi abitativa è sacrosanto. D’altronde, rappresentano una delle cause più lampanti: restringono l’offerta di alloggi a lungo termine, causano un aumento dei canoni dei pochi alloggi disponibili. È matematica, è la legge della domanda e dell’offerta.
Tuttavia, non bisogna dimenticare che gli affitti brevi alimentano un indotto non indifferente. Sono certamente più costosi degli affitti tradizionali, ma lo sono molto meno rispetto alle strutture ricettive classiche. Ragione per cui aumentano la platea di chi può permettersi una vacanza di almeno un paio di giorni, con tutto ciò che, di positivo, ne consegue per il settore turistico.
Come sempre in questi casi, ovvero quando vi è un conflitto tra due interessi collettivi, bisogna trovare la quadra. La speranza è che il legislatore, sia esso nazionale o locale, prima di mettere mano all’assetto fiscale abbia commissionato degli studi sugli effetti delle misure attualmente in cantiere.


